Tony Zermo, eminente editorialista de La Sicilia, scrive oggi un interessante articolo in difesa del dialetto siciliano, che è un modo come un altro per agitare le acque del meridionalismo in un momento in cui lo spettro del partito del sud, lanciato dalla premiata ditta Lombardo & Micciché, appare come un utile fantoccio per tirar giù un po' di quattrini da Roma - il che a sua volta è una ghiotta occasione per alimentare l'ideologia leghista di Roma ladrona-sprecona. A parte tutto ciò - a parte, cioè, l'idiozia di fondo di tutto ciò - nella sua foga promozionale l'insigne notista - che, immaginiamo, aggiungerà ben presto (visti i tempi) la questione della lingua ai suoi due storici cavalli di battaglia: il ponte sullo stretto e il casinò di Taormina - si lancia in una interessante piroetta letteraria. Che si articola in due passaggi: uno scambio di nome, e una libera rimescolata di versi. "Si fossi focu brucerei lo munnu" è la sua resa dialettale di "S'i fosse fuoco, arderei 'l mondo" famoso incipit di una poesia Cecco Angiolieri. Che è appunto di Cecco Angiolieri, e non di Cielo (o Ciullo) d'Alcamo, come candidamente scrive Zermo. Il pezzo, giusto per finire in bellezza, si chiude con una intervista (di una sola domanda) all'on. Lino Leanza.
Ecco l'articolo:
Tony Zermo
Il dialetto stava diventando una lingua morta. Lo parlano ancora quelli di una certa età che non hanno dimenticato le origini, lo parlano come vezzo nei salotti dell'alta borghesia, ma i giovani no, non lo conoscono e non possono apprezzarne le sfumature. Dire ad esempio «siddiatu» non significa soltanto «seccato», ma c'è anche un tocco di mal di vivere, una gramigna che ti corrode la vivacità, è la voglia di non far niente e nello stesso tempo di guardare con scetticismo il mondo che ti circonda, una sorta di scettico blu. Il dialetto siciliano era una lingua ai tempi dell'arrabbiato Cielo (o Ciullo) d'Alcamo («Si fossi focu brucerei lo munno») e di Federico II. Ci sono molti scrittori come Micio Tempio, Nino Martoglio e il più fresco Andrea Camilleri che hanno dato fiato e poesia al nostro dialetto. E come non ricordare il prof. Santi Correnti che ha scritto libri su questo tema.
Se volete una palestra di dialetto siculo basta andare alla pescheria di Catania. «Lu pisci, lu pisci», gridano i venditori, «che beddu stu pisti piscatu da magghia», che «magghia» sta per «maglia», una zona dove si pescano «masculini» di prima. C'è modo e modo di parlare in dialetto. Se dico a una signora «s'arassassi», cioè si sposti, mi faccia largo, se il tono è cortese nulla quaestio, ma può essere anche sgarbato, perentorio, «si faccia di lato».
Il dialetto sopperiva a tutte le necessità linguistiche. A «visula» è la mattonella di casa, a «basula» è quel lastrone di pietra lavica che lastrica le nostre strade. «Dda carusa talìa», quella ragazza guarda. E può guardare con interesse o con fastidio. Se uno arriva in ritardo alla stazione grida «un mumento caputrenu». Se vai a comprare un vestito, il negoziante ti dice «ossa, s'ansaia», cioè vossia, vostra signoria, lo indossi, lo provi. Espressioni di cortesia e di riverenza come il «baciamolemani» che si accosta al «sabenarica» di provenienza araba, così come «mischinu». Oggi il termine più usato (e abusato) è minchia, ma non è volgare, è un segno di sorpresa, di meraviglia, ma può essere anche un moto di rabbia, di dispetto. «Vitti 'na crozza» forse non è una canzone siciliana, ma è stata adottata da noi
perché quando dice «ci vosi spiari» il morto risponde alla siciliana «murii senza sonu di campani». «Spiari», significa chiedere, ma anche «spiare» e si richiama al precetto mafioso «mai chiedere», perché se chiedi «spii», sei una «spia».
I ragazzi non parlano il dialetto, nonostante faccia parte della nostra storia, delle nostre tradizioni, della nostra cultura. In quelle parole fuori uso come ferri vecchi c'è l'anima popolare, il rispetto verso gli altri, ma anche vivacità d'ingegno. I giovani non parlano siciliano perché in famiglia non si usa e perché anche a scuola sono spesso gli stessi professori a non gradirlo. Per cui se i ragazzi ascoltano una bella canzone in siciliano e non capiscono le parole è tutto tempo perso.
Ma ora che si è acceso il dibattito cosa farà la scuola siciliana? Lo chiediamo all'assessore regionale ai Beni culturali e alla Pubblica Istruzione Lino Leanza. «E' assolutamente corretto introdurre il dialetto siciliano, o almeno una parte, nelle scuole. Ma la cosa più importante è soprattutto studiare la storia della nostra terra, le dominazioni che ha avuto, cosa hanno lasciato nel campo dell'arte. Ogni scuola nel proprio ambito può decidere quali corsi fare. L'autonomia scolastica ha un fondo del 7-8% per fare un'ora o due la settimana riservata ad una particolare disciplina. Ritengo che scegliere il dialetto e la storia della Sicilia sarebbe una cosa molto bella. Senza esasperazioni e senza che pesi più di tanto nelle valutazioni del rendimento. Credo che una storia della Sicilia, non scritta dai vincitori, ma guardata con molta serietà rispetto alle tradizioni locali, sia importante. Noi molto spesso troviamo persone che non sanno perché quel Comune ha quel nome, chi l'ha fondato, che storia si porta dietro, o cosa vuol dire una targa apposta sui muri di un castello. Dobbiamo cercare di farlo capire alle nuove generazioni per fare ritrovare le nostre radici culturali, che sono tante. Nella nostra lingua ci sono parole arabe, francesi, spagnole, è un bel dialetto composito».
Temo che non ci siano nemmeno insegnanti adatti. E poi quale dialetto, quello catanese o quello palermitano, o quello messinese, oppure ancora quello agrigentino? C'è differenza, quello che a Catania è arancinu, a Palermo è arancina. Anche gli adulti parlano poco il dialetto. Ad esempio, lei lo parla?
«In parte sì, in parte no. Quando mia figlia che ha otto anni mi dice un'espressione dialettale mi sembra una cosa strana, resto un po' sorpreso. E non so se sia giusto così».